Emanuele Rambaldi. Un novecentista a Chiavari

Tra gli interpreti del Ritorno all’ordine in Liguria, Emanuele Rambaldi è colui che, più di tutti gli altri, ha dato vita all’immaginario poetico che maggiormente si avvicina al Realismo magico. Nel descrivere la realtà, il pittore riesce a deviare lievemente da quest’ultima e a collocare il soggetto in una dimensione altra, sospesa nel tempo, quasi metafisica.

Grazie ai soggiorni chiavaresi di artisti come Dudreville, Funi e Salietti, la cittadina diventa il centro di irradiazione delle istanze novecentiste in Liguria. Dopo le esperienze giovanili in ambito divisionista e futurista, Emanuele Rambaldi, con il supporto del critico Attilio Podestà, ne diventa uno dei principali promotori.

Emanuele Rambaldi, Marina di Chiavari, 1924, olio su tavola, cm 25 x 35

Dei quattro dipinti che Galleria Arte Casa ha il piacere di presentare ai propri collezionisti, la Marina di Chiavari si colloca esattamente nel periodo – i primi anni Venti – in cui il pittore inizia a meditare su un maggiore equilibrio compositivo, formale e coloristico. Espressione di una poetica non ancora pienamente novecentista, l’opera ricorda certi dipinti che Leonardo Dudreville realizza a Chiavari proprio in quegli anni lavorando insieme al nostro. L’estrema semplicità della composizione si coniuga con una tavolozza povera e dai toni primitivisti. Nell’atmosfera compassata del borgo di pescatori e nella lenta quotidianità legata ai ritmi del mare è possibile rintracciare la genesi poetica del dipinto. Esposta in occasione della mostra antologica allestita da Franco Ragazzi presso Villa Faravelli a Imperia nel 2007, l’opera si presenta come la rielaborazione in chiave contemporanea dell’attitudine paesaggistica che ha fatto da denominatore comune a tanta pittura ligure dei decenni precedenti.

Emanuele Rambaldi, Vicoli assolati
Emanuele Rambaldi, Vicoli assolati di Chiavari, 1928 ca.,
olio su tavola, cm 38,5 x 50

Le caratteristiche della Marina di Chiavari si riscontrano altresì nel dipinto Vicoli assolati. Una consapevolezza diversa sembra tuttavia muovere la mano del pittore: le strutture assumono maggiore consistenza e la tavolozza, ancora una volta povera e incentrata su tonalità terrose, favorisce una sorta di idealizzazione primigenia di un soggetto tradizionalmente relegato al rango di ambiente entro cui animare un’azione. L’artista si muove nella direzione di una semplificazione delle masse colorate e alla scabra ruvidità del dipinto precedente sostituisce una luminosità quasi smaltata. L’opera è inedita e un’iscrizione apposta sul retro della tavola dal massimo scultore chiavarese, «Questo quadro mi fu regalato dall’amico pittore E. Rambaldi intorno agli anni 928 – 929. Rodolfo Castagnino», ne evidenzia il valore storico. Sono esattamente gli anni in cui il pittore approda alla Biennale di Venezia e viene invitato alla seconda mostra del Novecento italiano.

Emanuele Rambaldi, Piazzetta degli Scogli
Emanuele Rambaldi, Piazzetta degli Scogli, 1929 ca., olio su tavola, cm 24,5 x 28,5

Con Piazzetta degli Scogli, la terza opera presentata, si delinea la figurazione del Rambaldi maturo, che troverà pieno sviluppo nel corso degli anni Trenta. La pennellata rapida testimonia il rinnovato interesse dell’artista per la pittura dal vero e il progressivo venir meno delle direttive artistiche di sarfattiana memoria indica la strada che Rambaldi intraprenderà negli anni a venire, segnata da equilibri meno rigorosi e da colorismi accesi e velatamente espressionisti. Anch’essa esposta a Villa Faravelli nel 2007, l’opera è parte del corpus di piccoli oli e appunti pittorici che Rambaldi realizza nei dintorni di Chiavari.

Emanuele Rambaldi, La Salute a Venezia, 1932, olio su tavola, cm 30 x 40

Realizzata durante un soggiorno veneziano, probabilmente in occasione della Biennale del 1932, edizione che lo vede partecipare con cinque dipinti, l’opera ritrae la Basilica della Salute, tra i monumenti simbolo della città di Venezia. La libertà realizzativa e la spregiudicatezza del segno del Rambaldi giovanile, mai del tutto sopite anche nel periodo di maggior adesione ai dettami novecentisti, riemergono nel brio della superficie dipinta e permettono di intravvedere, in nuce, le grandi innovazioni che avrebbero rivoluzionato la storia dell’arte nei decenni a venire.